L’Italia s’è desta

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Scrivo queste righe seduta al tavolo di un micro appartamento nel cuore di Cesena, in una mattina dorata di questo inverno faticoso e sorprendente. Il mio primo inverno da otto anni a questa parte.

L’ultimo fu quello glorioso del 2013 quando, con le mani congelate sprofondate in tasca e l’occhio un poco brillo, annunciai in diretta a Piazza Pulita che mi ero appena licenziata dalla casa editrice in cui lavoravo e che di lì a poche settimane, a 38 anni suonati, me ne sarei andata per sempre da questo Paese deprimente (la prova è in questo video, dal minuto 9.06).

Un mese dopo, mantenni la promessa. Munita di un biglietto di sola andata, volai in Thailandia con il preciso intento di realizzare il sogno di una vita: fare della mia passione per i viaggi un’attività full time, lavorando online il necessario per mantenermi.

Per sei anni vagabondai tra Asia, Canarie e Italia leggiadra come un colibrì, dando finalmente sfogo a quella curiosità vorace che da sempre mi spingeva verso il diverso e l’inconosciuto. Atterravo di volta in volta là dove mi conduceva il vento o qualche personaggio bizzarro incontrato lungo la via e ci restavo il tempo sufficiente per assorbirne il succo, nessun piano a lungo raggio a mettermi fretta e a distrarmi dal presente.

Naturalmente non tutto era rose e fiori come da fuori poteva sembrare. Mentre il mio ex capo mi immaginava cazzeggiare sotto l’ombra di una rigogliosa palma da cocco, la realtà raccontava la storia assai meno romantica di un corpicino minuscolo sperduto nella stanza di qualche spartana guesthouse a fronteggiare i suoi mostricini. La paura di non farcela e di dovere tornare a casa con la coda tra le gambe, l’orgoglio sbriciolato a terra come una foglia secca.

Eppure, malgrado le difficoltà, gli scoramenti e le voragini di solitudine improvvise, non ci fu un solo momento in cui mi pentii della mia decisione, perché quella vita incerta, sgangherata, avviluppata all’impermanenza come un cordone ombelicale, era la più allineata a me che avessi mai sperimentato.

Fu dunque con un certo sconcerto che qualche anno dopo dovetti fare i conti con un nuovo cambiamento. D’improvviso, mi ritrovai a fronteggiare una strana voglia, mai avvertita prima: concedermi una pausa da quel continuo frullare d’ali. Il desiderio, quasi la necessità, di fermarmi da qualche parte, trovare un luogo da chiamare casa e ancorarmi a terra, io che da sempre fluttuavo in aria come un palloncino.

La casa perfetta per lo scopo mi piovve letteralmente addosso. Bianca, con le porte e le finestre rosse, affacciata su un gigantesco giardino anarchico, l’oceano come una promessa appoggiato all’orizzonte. Come tutti i grandi amori della mia vita, fu sufficiente uno sguardo per farmi capitolare.

Qualche mese dopo sarebbe scoppiato il finimondo. Che scelta curiosa, a vederla adesso, scegliere di fermarmi giusto un attimo prima che il mondo mi costringesse a farlo.

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Due anni dopo, con uno dei suoi soliti clamorosi colpi di scena, di cui per vostra grazia tralascerò i dettagli, la vita decise nuovamente di stravolgere le carte. Prese il mio equilibrio così faticosamente costruito durante la mia parentesi sedentaria e senza tante cerimonie lo fece saltare in aria.

La voce risuonò chiara e perentoria un’appiccicosa mattina di luglio mentre, durante un ritiro di meditazione sulle colline romagnole, cercavo invano di afferrare l’illuminazione avvolta da nugoli di zanzare e un pungente odore di citronella. A breve, mi sussurrò la vita, sarei stata strappata dalla pace della mia isoletta canaria per essere rispedita in quel manicomio chiamato Italia.

Giusto per complicare ulteriormente la faccenda, il mio rientro avrebbe coinciso con la dipartita dell’estate, perché rientrare in Romagna in estate, con i campi che traboccano di girasoli e l’aria che profuma di lavanda, son capaci tutti, prova invece a farlo in pieno autunno quando il sole si suicida dentro impenetrabili coltri di nebbia. La follia!

Perché se c’era una cosa che mi aveva sempre terrorizzato a morte era proprio il freddo umidiccio e deprimente dell’inverno romagnolo. E io non solo mi ci stavo per fiondare dentro, ma stavo per farlo di mia spontanea volontà.

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Quando mi capitava di raccontare dell’imminente mio ritorno, gli amici mi prendevano per pazza. Ma come, dicevano, rientri proprio adesso che qui va tutto a rotoli? Potessi andarci io a vivere alle Canarie!

Io, con un guizzo di entusiasmo talmente prorompente da apparire inquietante alle mie stesse orecchie, spiegavo loro che era proprio perché tutto andava a rotoli, che rientravo. Che non riuscivo a immaginare un luogo più interessante di quest’Italia apocalittica in cui vivere per un po’. Respirare piano, restare immobile dentro l’occhio del ciclone a osservare il cambiamento in atto.

In vista dell’ardua prova che mi attendeva, mi concentravo sulla mia vita placida ed essenziale, consapevole del mio enorme privilegio. Lì l’esistenza scorreva lenta e pressoché identica a come era sempre stata, sprofondata nella filosofia confortevole de lo hacemos mañana e nel profumo di pescado appena cotto sulla griglia.

Mi tenevo a religiosa distanza dall’alone di pesantezza che soffiava d’oltreoceano per conservare alti i miei livelli di energia, così da poterne dispensare a chi viveva in un ambiente assai più tossico del mio, ma a volte cedevo alla tentazione e trasgredivo la sacra regola.

Era sufficiente leggere qualche notizia di troppo perché la mia piccola oasi dorata venisse travolta da ondate di negatività che mi coglievano impreparata e mi lasciavano esausta. Guardavo il mare al di là della rete, i gatti addormentati sotto il gazebo, il mio smoothie di mango appena fatto, e un dubbio atroce mi si arrampicava fino alla punta della lingua: non era, per caso, che stessi per fare una delle più clamorose stupidaggini della mia vita? Lasciare la mia pace contadina per infilarmi nella bocca del leone: il progetto di una demente.

Ma a parte le ere buie del pre-mestruo e della luna nuova, il tentennamento era quasi sempre confinato a qualche micro frammento di tempo. Sotto i dubbi, le paure, le domande affilate come aghi, una strana tranquillità continuava a galleggiare imperturbabile, un cuscinetto placido e caldo che attutiva il colpo degli scossoni e continuava a sussurrarmi che no, non mi ero affatto equivocata, anzi mai decisione era stata più assennata di quella, perciò che mi mettessi il cuore in pace e cominciassi a fare la valigia.

Ed ora eccomi qui, quattro mesi dopo, a scrivere queste righe sul tavolo di un micro appartamento nel cuore di Cesena.

Vorrei tanto poter condire di lustrini la narrazione di quel che accadde dopo quel giorno di ottobre in cui, armata di un gatto e un trolley straripante d’ansia, lasciai El Hierro e tornai in Romagna.

La verità è che l’impatto è stato devastante.

Le aspettative romantiche sull’autunno colorato e ancora gonfio di sole che mi attendeva si sono infrante il minuto esatto in cui sono scesa dall’aereo e ho appoggiato piede a terra. Davanti a me, un cielo color topo morto e una nebbia così insolente da far mancare il fiato.

Sono stati mesi complicati, tremendamente faticosi. Il freddo, l’aria stantia di pensieri pesanti, il passato che mi ripiombava addosso come un incubo notturno, i soliti schemi di nuovo in atto. Il mio corpo non ha retto il colpo e per un mese buono ha continuato a cappottare senza alcuna dignità.

Ci sono state volte in cui il disagio di trovarmi in un luogo così diverso dalla mia isola, un luogo che appariva, se possibile, ancora più folle ed estraneo di quello che tanto tempo prima avevo lasciato, mi ha fatto vacillare pesantemente. Ci sono stati momenti in cui mi sono sentita così fuori posto, così affaticata, che la tentazione di mandare tutto a quel paese e tornarmene da dove ero venuta è diventata quasi un’ossessione.

Ma poi succedeva sempre qualcosa che mi ancorava nuovamente al presente. Bastava un dettaglio a farmi ricordare che lì non c’ero capitata per caso, che quel presente lo avevo scelto con tutta me stessa in un frangente di grande lucidità. E che quel presente era esattamente come doveva essere: un momento di grande discesa e faticosa introspezione, per me stessa e per la collettività in cui ero immersa.

Per questo ero tornata in autunno, ché in estate sono capaci tutti, perché dovevo farmi autunno anche io, in tutte le mie viscere, e osservare la società attorno a me fare lo stesso, diventare autunno anch’essa, in tutte le sue viscere.

L’autunno del sole che si ritira, delle foglie che cadono e marciscono sotto i passi frettolosi, l’autunno dell’umano, smisurato scontento.

Ma anche l’autunno curativo, preludio di un’imminente primavera. Di un risveglio che all’occhio attento, all’occhio lento e allenato, mostrava già i suoi germogli.

Attorno a me, c’erano continui sprazzi di bellezza.

Persone costrette per la prima volta a rallentare e a guardarsi dentro, a mettere in discussione se stesse e le proprie certezze.

Persone che erano in grado di buttare all’aria tutto quello che avevano costruito in anni di duro lavoro solo per riappropriarsi di un briciolo di autenticità. Che erano disposte a farsi licenziare pur di non farsi mettere i piedi in testa, a mandare all’aria una relazione di lunga data, a lasciare la famiglia, persino il proprio Paese, pur di inseguire la propria idea di felicità.

Decine e decine di persone che sbocciavano insistenti sotto i miei occhi, immortalate in quell’attimo poetico e commovente in cui si cambia pelle: la terra che si spacca per fare germogliare il seme, la crisalide che si sfalda per sciogliere le ali.

Altro che immobilità e arrendevolezza, altro che negatività e pesantezza. Certo, c’era anche questo, e pure in grosse quantità. In tanti avevano reagito al cambiamento come spesso la paura costringe a fare: cercando di resistere, di opporsi alla corrente. Ma bastava spostare di qualche centimetro lo sguardo per vedere tutta un’altra realtà.

Accanto a chi, nell’intento di proteggersi, si rannicchiava dentro il proprio recinto e alzava muri sempre più alti, c’era chi spalancava le braccia e per la prima volta accoglieva la Vita.

Attorno a me, come un incendio in procinto di divampare, c’era un principio di rivoluzione, la promessa di una nuova r-esistenza.

E anche adesso che l’autunno è scivolato nell’inverno, non passa giorno che non ne abbia la conferma. I segnali, ai miei occhi, si fanno sempre più numerosi ed evidenti.

Eppure, a volte ho come l’impressione di essere l’unica a vederli.

Mi sono chiesta spesso il perché di questo momento epocale, di questo gigantesco spartiacque di cui un giorno la Storia racconterà le gesta, si continui quasi sempre a cogliere solo l’imbruttimento e il decadimento. E ho provato a darmi una risposta.

Mi sono detta che forse il bombardamento mediatico di questi due anni ha fatto il suo subdolo lavoro, instillando sotto pelle paura e disincanto. O forse il terrore di dovere ammettere di essersi sbagliati, di avere creduto alla bontà di questa follia giuridica e sociale, e di avere contribuito involontariamente a consolidarla attraverso il proprio silenzioso assenso, è così grande da richiedere una radicale, generalizzata anestesia.

Qualche giorno fa un amico mi ha detto che la mia cerchia sociale non è affatto rappresentativa della maggioranza, che io mi muovo all’interno di una nicchia talmente di nicchia che non la vede nessuno, e come fare a dargli torto, in fondo io della società ho sempre frequentato solo i margini.

Ma tutte le grandi rivoluzioni sono partite da micro movimenti, gli ho risposto, da piccoli atti personali, da minuscole disobbedienze. E forse avere frequentato negli ultimi anni più gatti e galline che esseri umani mi ha fatto davvero perdere la ragione, ma qualcosa dentro di me continua a sussurrarmi che questa nicchia di nuova r-esistenza che continua a balzarmi davanti agli occhi prima o poi prenderà il largo e diventerà opera di massa.

Così mi sono detta che forse a rendere invisibile agli occhi di molti il cambiamento in atto è solo un errore di prospettiva: quello di chi si concentra sull’istante e dimentica il contesto, la prospettiva a lungo raggio.

Proviamo allora a fare un esperimento, ho pensato. Proviamo ad allargare lo sguardo, a renderlo più ampio, a scendere sotto la superficie.

Proviamo a osservare il sottobosco.

Lo vedete, no? Là sotto è tutto un fermento.

Magazzini in disuso che ospitano scuole e palestre. Boschi che sono diventati asili.

Macchine private che fanno la spola avanti e indietro per chi non può prendere i mezzi pubblici.

Salotti come sale conferenze in cui divulgare nuovi codici sociali. Parchi e giardini dove sedersi a gambe incrociate e parlare solo di cose dense, come un tempo si faceva nelle stalle, di notte, attorno al fuoco.

Persone che spalancano le porte di casa a perfetti sconosciuti per non lasciarli soli, che condividono la propria terra con chi ha voglia di lavorarla o cerca un rifugio temporaneo in cui tornare a respirare.

Laboratori di comunità in cui studiare i principi e le tecniche di una nuova modalità del vivere e del condividere.

Il denaro che lascia posto al baratto e allo scambio di talenti.

Tutte le piccole grandi disobbedienze, tutte le micro storie dei nuovi ribelli.

Ed eccolo dunque qui l’inverno, in tutta la sua magnificenza. Il fermento sotto la superficie apparentemente morta, il seme che germoglia sotto la terra fredda, la primavera che si prepara all’imminente entrata in scena.

La vita che non si arrende, che lotta per r-esistere e che pur di continuare a vivere si reinventa dalle fondamenta.

L’Italia che s’è desta.

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